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giovedì 12 luglio 2018

Spazio nuovi autori. Recensione in anteprima del romanzo " Shades - Tutti i colori dell'anima" di Debora Wright


Shades - Tutti i colori dell'anima di [wright, deborah]
SCHEDA TECNICA 

Titolo: Shades, tutti i colori dell'anima
Autore: Debora Wright
Pagine: 182
Formato: Kindle
Genere: Romance
Pubblicazione : 12 Luglio 2018


I colori sono il mio mondo. Non c’è muro che resista. Fino a quando avrò una bomboletta in mano e uno spazio bianco dove imprimere i miei pensieri e le mie emozioni, mi sentirò la persona più libera di questo mondo.”

Blaise e Annalie. Due ragazzi che non si conoscono, accomunati da un grande dolore. Diverso, certo, ma della stessa intensità. Perché ci sono dolori che lasciano profonde cicatrici sul corpo e, soprattutto, nell’anima.
La vita, per i due giovani, è caratterizzata da tinte diverse: nero per lei, e tutte le sfumature di colore per lui perché, da quello che lui stesso ci dice.
 Il libro si apre con un prologo, che ci mette subito di fronte alla sofferenza con cui Gabrielle, madre di Annalie, vive con la sua malattia che sembra divorarla giorno dopo giorno. E ce la racconta tramite le pagine del suo diario — pagine che ripercorrono il periodo che va dall’agosto del 2012 al settembre del 2016 — che ritroveremo disseminate qua e là in tutto il romanzo. Sono pagine intense in cui, attraverso una narrazione molto ritmata, anche visivamente, l’autrice ci introduce nell’inferno dell’anoressia. Frasi brevi. Veri e propri squarci nell’anima, che ci raccontano tutta la drammaticità vissuta da chi ne soffre e da chi assiste, impotente, allo spegnersi della vita che si consuma lentamente, come la fiammella di una candela.
Anoressia: una parola che fa venire i brividi. Una compagna, fedele amica, in apparenza, perché non puoi fare a meno di lei. In realtà, un mostro che ti cattura e ti rinchiude nella sua gabbia, risucchiandoti in un vortice che ti trascina verso meandri oscuri. Una gabbia in cui hai le mani e i piedi legati, la testa annebbiata, totalmente incapace di prendere decisioni. E se le prendi, non sono mai quelle giuste. E in quel vortice non trascini solo te stessa, ma chi ti sta accanto e ti ama di più, e si sente impotente, perché non c’è nulla che possa fare per tirarti fuori di lì. Solo lasciarsi andare insieme a te, stremato. Ed è lì che si spalancano le porte dell’inferno.
 […] la voglia di vivere se ne va giorno dopo giorno. Lei ti uccide, ti spinge fino in fondo illudendoti di esserti accanto, ma una volta nella fossa che tu stesso ti sei scavato, lei risale senza alcuna fatica e ti abbandona. E muori. Muori dentro… Muori psicologicamente… Muori fisicamente.”
Le vicende hanno inizio nel settembre 2016, a Marsiglia. Si sta facendo buio e dal cielo scende una pioggerellina leggera. Piccole gocce, come minuscole pennellate su un paesaggio privo di colore. Ed è sullo sfondo di una città ormai avvolta dalle tenebre che l’autrice introduce la figura del protagonista maschile, Blaise: jeans strappati, felpa con cappuccio tirato sulla testa, scarpe sportive usurate, un “ribelle schivo, imbruttito dalla vita, un tipo dal quale stare lontani”, come lui stesso si definisce. Un artista che finisce per guardarsi attraverso la sua stessa arte. Perché quando finisce la sua opera rimane lì, in piedi, a fissarla, ed è in quell’opera che vede tutto se stesso. Un’opera che, come tutte le altre, scomparirà al sorgere del sole. Stesso mese. Stesso anno. Le vicende si spostano a Bassano del Grappa, dove la giovane Annalie vive in compagnia della madre, una madre a cui è costretta, suo malgrado, a fare da genitore.
Guardo le nuvole grigie tingersi di viola in questo giorno di inizio autunno, e osservo una faccia triste che sbuca dalla forma incostante di una di esse. I rami semi spogli si allungano verso i primi raggi del sole, come se volessero risucchiare fino all’ultimo il calore proveniente dal suo nucleo ardente. Foglie secche volano in una danza incontrollata, lungo il viottolo del mio giardino, appoggiandosi poi sul suolo per qualche secondo prima di librarsi nuovamente nell’aria, soffiate da un venticello che si è appena alzato e che sembra prendere forza ogni secondo di più.”
È così che Annalie ci fa entrare nella sua quotidianità, una quotidianità in cui rimpiange l’infanzia, in cui tutto era diverso, in cui riusciva ancora ad apprezzare i colori, i profumi e il tepore che la vita sapeva regalarle. Ma poi è finito tutto. Annalie. Una ragazza di vent’anni cresciuta troppo in fretta, “sacrificata a vivere una vita che non è la sua, ma che le è stata propinata senza alcun libero arbitrio.”
Ma a questo punto, come faranno a intrecciarsi le vite e i destini di due ragazzi che, in apparenza, non hanno nulla in comune? Cosa sarà a farli incontrare? O, per meglio dire, scontrare? Perché sarà proprio uno scontro a far inciampare l’una nella vita dell’altro. Come? Lo scoprirete da soli… E sarà proprio Bassano del Grappa, con l’aria salmastra del Brenta che avvolge i sensi, e il vento forte proveniente dalla Valsugana che soffia ostentando la sua forza, a fare da sfondo alla storia. E subito, quella domanda: “Credi nel destino?”. Tre semplici parole, che racchiudono tutto. Che poi…
“Si può davvero considerare il nostro incontro una cosa voluta dal destino, o siamo solo due perfetti sconosciuti che si sono casualmente incontrati in un vicolo di una piccola città alle prime luci del giorno?”
“Shades” è un romanzo in cui il nero di cui è dipinta la vita verrà gradatamente sostituito dalle sfumature dell’amore. Una storia in cui gli incubi si sovrappongono alla realtà, soffocandola. E se per Annalie è la quotidianità l’incubo più grande, per Blake è invece ogni notte a trasformarsi in un viaggio nell’orrore, in cui rivive ogni singolo istante di quella notte maledetta, in cui è cambiato tutto. Un viaggio che riviviamo insieme al protagonista, in una sorta di flash-back onirico che spezza la narrazione, anche da un punto di vista stilistico. Ma sarà solo a pochi capitoli dalla fine che Blaise, con un lungo flash-back, ci racconterà l’orrore vissuto, coi suoi occhi di bambino.
La Wright è stata molto brava, come in un tutto il romanzo del resto, nei dialoghi — che si rivelano da subito molto realistici —, e nella scelta del linguaggio adatto ad ogni personaggio. Perché ricordiamo che negli incubi è un Blake bambino a parlare, e non il Blake ragazzo che abbiamo conosciuto nelle prime pagine e in quelle a seguire. E credo che il lettore avrà modo di notare una differenza sostanziale anche nelle pagine di diario riportate, in cui è Gabrielle a parlare, a farci capire quello che prova, quello che sente. Quello che si domanda. Sì, perché lei si chiede: “Quanto pesa la felicità?”. E cosi come tante altre voci nella sua testa, questa urla, si dimena e cerca la sua attenzione. E balla quando Gabrielle le dà ascolto.
Per cui ribadisco: azzeccatissima la scelta del linguaggio utilizzato — fresco e giovane, pulito e cristallino —, così come quella della grafia con cui riportate alcune delle vicende più drammatiche (l’autrice ha utilizzato un carattere che non si trova spesso nei libri, il “Segoe Print”, che contribuisce sicuramente ad alleggerire i toni più cupi, e questa è una delle cose che, in veste di Editor, noto e che fanno la differenza in un testo, sempre per quella famosa storia secondo la quale “anche l’occhio vuole la sua parte”).
Una cosa che mi ha colpito molto del romanzo è l’intenso e profondo rapporto madre - figlia, che emerge in ogni pagina. Sono pagine profonde, piene d’amore e di dolore. Ammetto di essermi commossa più volte e di aver avvertito un groppo alla gola.
“La bacio sulla fronte e quando esco mi appoggio con la schiena alla porta, sapendo che qualunque cosa io le dica non servirà a nulla perché lei, nel suo profondo, si è già arresa. La vedrò morire giorno dopo giorno e non so se sto facendo abbastanza per impedirlo. Chiudo gli occhi, rimango così fin quando non mi rendo conto che la mia è una corsa contro il tempo.”
Ci ritroviamo poi a leggere insieme ad Annalie le ultime parole che la madre ha riservato a lei, e le nostre lacrime si mescolano alle sue, e a malapena riusciamo a distinguere la parola “maman”.
“Il giorno che meno attendi nella tua vita arriva sempre con una sorta di anticipo e neanche un minimo di preavviso.”
Ma torniamo ai nostri protagonisti. Blaise, un ragazzo e un’artista che usa i colori per dipingere le anime, una in particolare, con la sua mano segnata dal fuoco. Perché…
“Ogni persona ha un suo colore, una sua tonalità la cui luce trapela lungo i contorni del corpo, una specie di alone che la avvolge.”
E lui quell’anima ha deciso di dipingerla, perché sa che sarà la sua tela più bella. Perché saranno due occhi verdi incorniciati da folti capelli rossi a rapire la sua, di anima.
“Ed è come se il tempo avesse scelto questo momento per fermarsi. Le lancette dell’orologio appeso alla parete alle spalle di Annalie sembrano immobili. Nessun ticchettio. Nessun scricchiolio del legno. Sono i dieci secondi più lunghi della mia vita, in attesa che lei dica qualcosa. Sono così lunghi che mi stanno facendo desiderare di rimangiarmi tutto quello che ho appena detto.”
È come se il suo personaggio fosse lì per curare tutte le ferite, per portare una nota di colore nel grigiore della vita di Annalie e della madre. Potremmo considerare Blaise un personaggio chiave, che riesce a rimettere al proprio posto le tessere del puzzle, e saranno proprio le sue parole a dipingere la vita di Annalie di nuovi colori. È un personaggio forte, nella sua debolezza. Positivo, nonostante la vita gli abbia inferto colpi durissimi. E i suoi tatuaggi sono lì a ricordarlo. A ricordare tutto. Ogni cicatrice dell’anima. Ogni dolore. Ogni cambiamento. Ogni emozione, provata e vissuta.
 “Sì, tutto in te è rosa”, comincio a dire. “Le labbra screpolate, il candido colore della tua pelle. È rosa come il soffice bocciolo di un fiore, come le piume svolazzanti di un fenicottero. Rosa come l’alba che sorge dopo una notte oscura, come i peschi fioriti in primavera. Sono rosa le tue guance sulle quali il colore sembra riaffluire dopo una lunga agonia. Persino la tua adorabile dolcezza è rosa in questo momento.”
Perché lui la sua Annalie la vede bianco, oro, rosa, turchese, pesca. Perché un’anima nera è una lavagna su cui poter scrivere, su cui poter dipingere.
“Davanti ai miei occhi un vortice rosso, giallo, verde e blu si tramuta in nero, poi in grigio, poi in bianco e di nuovo nero, finché le immagini non si fermano qui, dove mi trovo. In questa stanza fredda che sa di morte.”
Il puro candore di Annalie…
Tutto in lei era bianco. Le ciocche di capelli che ricadevano sul suo viso sottile, l’iride di quegli occhi sempre in cerca di speranza. Era bianca come i fiocchi che scendono dall’alto per annunciare la venuta dell’inverno. Bianca come il latte che macchia le labbra in un contrasto di scarlatto e candido. Bianca come un bucaneve che sboccia sotto al gelo. Il bianco la stava possedendo, nonostante tutto le fosse precipitato addosso. Era bianca tra le lenzuola che avvolgevano il suo corpo esausto dal pianto, bianca nella polvere che era il suo oblio e la sua salvezza, bianca sulla pelle liscia come seta. Nella sua immacolata purezza, lei, in quel momento, era bianca.”
… alternato all’eros più sfrenato.
“Libero dal giogo che mi ero imposto, mi alzo sulle ginocchia, sistemo le gambe di lei sulle spalle e la penetro, entrando nel suo corpo con una forza così inaspettata, che Annalie si ritrova a gridare nella mia bocca. Non mi fermo a chiedere se fa male. Non rallento. Spingo più forte, più a fondo, fino a non potermi avvicinare di più. Sono rude, carnale, violento, infuocato, ma quello che sento in questo momento va oltre a tutto quello che ho provato fino a ora: è come se qualcuno stesse soffiando su delle braci e il fuoco divampa all’istante.”
Quelle parole che sembrano poesia…
“Sul tuo volto i colori fanno giardino…
Sei gialla come il sole, che scalda l’aria e nutre le foglie. Gialla come il miele, che si appiccica alle labbra e le addolcisce.
Sei verde come il soffice muschio, che ricopre i massi umidi in mezzo ad un torrente. Verde come le mele succose colte dagli alberi in campagna.
Il blu ti ha avvolto quando la tua vita è tornata a una regolare pace. Blu come il fiore di mezzanotte, che sboccia al rintocco dell’orologio. Blu come i mirtilli, che tingono le tue dita non appena li tocchi.
Rossa fra i capelli, rosa sulla bocca, pesche sulle tue guance.
Ovunque sei colore.”
E quelle di lei che riscaldano il cuore e l’anima…
 “Blaise però, per fortuna, mi ha raccolta agli angoli del mondo, come un quadro abbandonato e pieno di polvere. Ha soffiato vita su di me, illuminandomi e, subito dopo, ha premuto le sue mani, il suo corpo su ogni mio punto debole, su ogni mio colore dimenticato o sconosciuto. Mi ha fatto vibrare con le sfumature che ha creato per me dentro la mia carne, tinte incapaci di essere viste da altri, ma solo dai nostri cuori.”
Si vede che l’autrice ama l’arte e conosce bene ciò di cui parla (più volte cita opere e artisti, come Francois Nielly, Manet, Degas), al punto tale da ricondurre tutto ad essa.
“Siamo colore della stessa tavolozza che si mescola, si agita, trasportato da infinite pennellate che porta, inevitabilmente, ad esplodere in tonalità che possono essere solo nostre.”
Bellissime, infine, le descrizioni delle ambientazioni, che hanno il potere di trasportare il lettore in un altro tempo, in un altro luogo, in un’altra dimensione. Improvvisamente, non stiamo più leggendo il libro, ma siamo dentro a quelle pagine.
“Tutto nel locale rispecchia un’atmosfera calda, pastosa, riconducibile all’ingrediente principale: la cioccolata. I pavimenti e le sedie hanno la tonalità del cioccolato extra-fondente, mentre i tavoli e il bancone sembrano essere di gianduia, rifiniti nei bordi da una linea sottilissima di cioccolato bianco. Verrebbe voglia di dargli un morso. Anche il profumo del locale porta con sé il sentore di questa bevanda degli dei, è così forte che la mia pelle sembra impregnarsi del suo aroma. Sparsi qua e là, in un variopinto e illusorio scompiglio, vasetti di vetro, recuperati dalle conserve casalinghe, sono riempiti di piante aromatiche come il peperoncino, la lavanda, la menta selvatica, la salvia e il rosmarino. Quello che però attira di più la mia attenzione sono i dipinti sui muri. Piccoli graffiti riempiono le pareti: una bambina che ride scuotendo i suoi ricci castani con la bocca pasticciata e la punta del naso sporca di cioccolato; un mastro pasticcere che osserva concentrato un filo di cioccolata scendere dalla frusta e scivolare nel tavolo da lavoro creando mille e deliziose pieghe; una ragazza, la mano sulla tazza, gli occhi socchiusi e l’espressione beata e infine, una crepa sulla parete da cui esce un mare di cioccolata bollente come fosse lava.”
Un romanzo che mi ha emozionato e travolto, regalandomi emozioni che conserverò per sempre nel cuore. Una storia che prende forma e colore pagina dopo pagina, pennellata dopo pennellata. Una tela sulla quale l’autrice, con il suo talento e la sua straordinaria sensibilità, riuscirà a farci vedere tutti i colori dell’anima.

Consigliatissimo!

Recensione di Gloria Pigino 

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