Lettori fissi

lunedì 16 aprile 2018

Due chiacchiere con l'Autore - La notte della rabbia - Finalista Premio Tettuccio 2018


La notte della rabbia
 Roberto Riccardi




Conoscevo già Roberto Riccardi e averlo visto tra i finalisti del Premio Tettuccio 2018 mi ha fatto molto piacere.Lo conoscevo da collega, Ufficiale dei Carabinieri, non da scrittore e anche questo mi ha colpito particolarmente. Non mi ha meravigliato, invece, il suo stile, elegante, sobrio, simpatico che ho ritrovato puntualmente nella sua opera: lo conoscevo.
Sono contento che anche lui abbia accettato questa chiacchierata nel nostro salotto letterario.

Ecco Roberto


Chi è Roberto Riccardi oltre la sua biografia?

Uno come tanti, che fin da bambino ha avuto la passione della lettura e della scrittura. Uno che ha percorso la sua strada, ha scelto di fare l’ufficiale dei carabinieri, ma che a un certo punto si è ritrovato dentro, intatta, quella passione di bambino e le ha dato espressione scrivendo delle sue esperienze e delle cose che conosce.     

Come nasce una trama e questa in particolare?

Una trama nasce sempre da uno spunto, come fosse un embrione. Poi l’idea prende a svilupparsi nella mente, fino a diventare progetto, concreta realizzazione. Per La notte della rabbia sono tornato ai ricordi dell’infanzia, quando l’Italia attraversava i suoi “anni di piombo” e io vi assistevo senza capire bene di cosa si trattasse, preso dai miei sogni e dalle mie spinte a crescere e a comprendere prima di tutto me stesso.  

Qualche episodio della nostra storia contemporanea ha influenzato le tue scelte?

Certamente il fatto di cronaca che sta dietro la mia narrazione è il sequestro di Aldo Moro, con la strage di via Fani e ciò che le è seguito. Mio padre era stato allievo dell’onorevole alla Facoltà di Giurisprudenza di Bari, mia città d’origine, così nel periodo in cui Moro rimase prigioniero delle Brigate Rosse in casa mia non si pensava ad altro. 

Vuoi parlarci dei tuoi personaggi che sembrano veri e sono inseriti temporalmente e geograficamente molto bene nel contesto della storia?

La trama del romanzo è tutta inventata, nessun personaggio ha un legame particolare con un soggetto realmente esistito. Eppure non c’è una pagina, mi dicono, che non riecheggi le vicende dei tempi. Ciascuno dei protagonisti assomiglia alle persone che in quegli anni si trovarono avviluppate in una storia più grande di loro. Il realismo è una caratteristica della mia produzione, mi piace ancorarmi alla verità dei fatti e delle anime.   

Anche la foto di copertina è pertinente. Hai avuto una 500 da ragazzo?

È proprio così, anche se il grafico della casa editrice che ha realizzato l’immagine di copertina non poteva saperlo. La mia 500 era perfino dello stesso colore! In realtà ce l’aveva mia madre, con quella ha accompagnato me e mio fratello a scuola in tutto il periodo delle medie e del ginnasio.   

Cosa pensi sia cambiato nella società da allora ad oggi?

È cambiato moltissimo, dai rapporti fra genitori e figli alle gerarchie nel mondo del lavoro, dagli strumenti tecnologici utilizzati nella vita quotidiana alle relazioni sociali. Quella che non può cambiare è la natura umana, che ripropone all’infinito identici dualismi fra bene e male, odio e amore, verità e menzogna, coraggio e paura.

Il “noir” è il tuo genere preferito? Se sì, perché?

Lo è e non lo è. Lo è perché è un terreno che conosco, quello del mio lavoro da ufficiale dei carabinieri, che è iniziato a Palermo negli anni delle stragi di mafia ed è proseguito in Calabria alle prese con la ’ndrangheta, nei Balcani dei conflitti etnici, a Roma con il contrasto al narcotraffico e alla criminalità organizzata. Non lo è perché amo al tempo stesso il romanzo storico e quelli che si occupano di sentimenti. Ciò che conta, a mio modesto avviso, è raccontare la vita così com’è, senza effetti speciali o infingimenti. 

Cosa ti senti di consigliare ai giovani scrittori?

Di leggere tanto, prima di tutto. La scrittura si nutre di stili, chiavi narrative, accorgimenti letterari, pagine e pagine vergate prima che noi nascessimo. In secondo luogo, di metterci tutta la passione del mondo, tutto il cuore possibile. Ma senza aspettarsi nulla in cambio, perché il successo può non arrivare mai o rivelarsi un compagno occasionale.

A proposito della tua partecipazione al Premio Tettuccio, cosa vorresti dire ai Giurati perché scelgano il tuo libro come vincitore?

Assolutamente nulla, è giusto che scelgano secondo la propria coscienza e sensibilità. Conseguire un premio letterario per un autore è una bella soddisfazione, è un incentivo per continuare a scrivere. Chi dei cinque finalisti lo merita di più? Tutti e nessuno, ma soprattutto… il migliore. 

Vuoi farti una domanda che a me non viene in mente e che tu ritieni importante?

Una bella domanda è cosa rappresenti per un autore la sua scrittura. Per me è un dono straordinario, del quale ringrazio la sorte, i miei genitori che mi hanno avvicinato al mondo dei libri, l’universo intero. È la possibilità meravigliosa di entrare in contatto con altri, i lettori, in modo sincero e profondo. È una vita in più, capace di far viaggiare chi scrive – se il cerchio si chiude anche chi legge – in un altrove affascinante e misterioso.   

Grazie, Roberto, in bocca al lupo!

Valter
 

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