Lettori fissi

sabato 14 aprile 2018

Due chiacchiere con l'Autrice - I Neri e i Rossi, le trame segrete - Finalista Premio Cerruglio


 I Neri e i Rossi, le trame segrete
Patrizia Zangla 



Quando leggerete questa intervista vi renderete conto della passione che un Autore, come Patrizia, mette nella creazione della propria opera. C'è chi lo dice semplicemente, c'è chi lo esprime in ogni parola che usa per rispondere alle domande che riguardano il suo lavoro. Si sente in particolare lo studio, l'impegno e la profonda analisi dei fatti.



Oltre la biografia che possiamo leggere sull'aletta di 4^ di copertina, chi è Patrizia Zangla?

Chi sono? Domanda complicata, la mia biografia è ricca, mi definisco ‘frontiera’, sono nata e cresciuta a Bolzano da genitori siciliani, poi ho vissuto in Sicilia, ho il rigore nordico e l’estro siculo. Mi sono laureata prestissimo, ho vinto il Concorso a cattedra e ho iniziato a insegnare al Liceo Classico, lo stesso che avevo frequentato qualche anno prima, dove ho ritrovato i miei professori. Ho continuato a collaborare con l’Università, ho affinato il metodo di ricerca storica e per conto dell’Università ho pubblicato le prime ricerche storiche, sono stati anni difficili in cui incastrare gli affetti allo studio, anni in cui ho imparato tanto, poi … ho volato da sola. Sono una contemporaneista, mi occupo di storia di Genere, dei regimi totalitari e degli anni di piombo.
Cosa sono? Una studiosa attratta dall’über -l’oltre-, una ricercatrice che vuole capire, entrare in profondità nei fatti, osservarli da prospettive diverse, collegarli fra loro, lasciando la dimensione d’insieme senza perdere di vista i tratti peculiari distintivi.
Sono anche una mamma … lo sono stata presto, oggi i miei ragazzi sono grandi, ma io sono sempre una mamma.

In questo saggio hai parlato dei personaggi o delle organizzazioni che hanno caratterizzato il periodo degli "anni di piombo". Ma come era e cosa faceva il resto della società italiana?

Scorrono tante situazioni, tanti luoghi -Milano di Pinelli, Valpreda e Calabresi, Padova di Freda e di Negri, Roma dei politici, di Moro e delle BR- tante persone coinvolte a vario titolo, terroristi, uomini delle istituzioni, politici, intellettuali, giornalisti che mi hanno aiutato a tratteggiare la società del tempo. In questo saggio mi è piaciuto scoprire le atmosfere di quegli anni, di quella società un po’ bacchettona e garbata come le Signorine buonasera, che non sono slegate, ma unite al corpo del testo.
Questa è stata la cosa per me più difficile ma necessaria perché i fatti della strategia della tensione e della lotta armata avvengono in quel contesto, in quella società, dovevo essere così brava da far capire al lettore tutto questo.
Qui - devo dire - c’è anche la mia dimensione di «storica», colgo sfumature che un uomo non coglie.
Volevo far incastrare i due corpi sociali, quello in superficie e quello sottotraccia, dove coesistono forze contrarie: quelle che simpatizzano per l’eversione rossa e quelle conservatrici per l’eversione nera.
Ho ricostruito i due volti contrapposti del Belpaese: l’Italia di Carosello e Canzonissima e quella sottotraccia, dove silenti si muovono nei gangli dello Stato ambigue figure ma anche l’Italia dei cortei e delle bombe in strada e della tranquillità quotidiana, delle mamme - come la mia - che pronunciavano la frase: A letto dopo Carosello!

Era assolutamente necessaria la lotta armata? Non bastava rappresentare più democraticamente le proprie ragioni?

In senso ampio ci sono sempre altre possibilità per rappresentare la propria volontà, ma questo è un ragionamento fuorviante perché sconfina nell’analisi filosofica, questo è invece un terreno rigorosamente storico. Io non sono una testimone, per ragioni anagrafiche non ho vissuto quegli anni, questo è positivo perché non ho nostalgie ideologiche, ho un distanziamento critico nei confronti dei fatti che conferisce al mio lavoro rigore, però è anche negativo perché questi anni appartengono alla Storia molto recente ed è più faticoso raccogliere informazioni e poi confrontarle fra loro, selezionarle, infine valutarle e interpretarle. Questa è una premessa importante perché in sé la Storia unisce la testimonianza all’immane corpo della documentazione, e nello specifico per questa parte di storia ancora così vicina questo è un lavoro di ricerca complicatissimo. La sfida è proprio tornare a quel contesto, a quel momento, mantenere lucidità e obiettività e tenere comunque in dovuto conto il mio punto di vista.
Alla luce di questa premessa, penso che in quel contesto la violenza è stata intesa come necessaria e persino positiva, come metodo dell’azione. Gradualmente, negli anni matura il passaggio dal dissenso gridato al dissenso armato e organizzato, la gioia diventa ‘rabbia armata’ verso chi si ritiene nemico. Questa parte di storia rischia di non essere adeguatamente esaminata se sfugge la storicizzazione, la specifica dimensione storica, in termini chiari il lettore deve essere portato ‘dentro’, molto dentro ai fatti, deve capire perché tanti giovani hanno imbracciato una pistola e hanno creduto di fare bene. Questo non significa giustificare ma rispettare i fatti. Questi sono gli anni della pulsione fortissima che veniva dalle piazze, dagli studenti, dagli operai, c’è la volontà ritenuta giusta, di dare risposta alle bombe nere, ossia al terrorismo nero e alla strategia della tensione.
Certo, nella valutazione odierna potrebbe apparire come una giustificazione perché si ragiona sull’effetto, su cosa ha prodotto la lotta armata, si sofferma l’attenzione sull’esito, sul bilancio drammatico e smisurato - perché di questo si è trattato - della violenza, sulle vittime, ma questa è altra valutazione, eventualmente parallela.

Cosa è cambiato da allora?  

Tutto. Veramente tutto. Dal tanto impegno, vissuto come un credo, al disimpegno vissuto come un credo. Meno coralità e maggiore individualismo. Quella è l’Italia degli opposti estremismi, dei Neri e dei Rossi, della divisione in piazze nere e piazze rosse, dei quartieri rossi e quartieri neri. La nostra è una società liquida, molto avanzata tecnologicamente, e molto rapida. Mi viene tenerezza a pensare a certi scritti che ho consultato, alle testimonianze di quegli anni che riferivano le  «lunghe discussioni» fra i giovani, il loro desiderio di mettere in discussione ogni cosa che è molto di più del consueto ribellismo giovanile.


Prendendo atto anche delle conquiste sociali che si sono verificate, è vero, come ho scritto nella recensione, che quel periodo ha rappresentato forse la prima accelerazione verso la frenetica vita moderna?

Indubbiamente, quel momento ha accelerato il percorso storico, lo ha anche cambiato in meglio, penso alle grandi conquiste: l’uguaglianza fra i sessi, il diritto allo studio, le leggi sull’aborto e sul divorzio, etc.     

Che ruolo ha giocato la stampa dell'epoca?

Straordinariamente importante. Casalegno, Maffai, Cederna, Tobagi, Montanelli, De Mauro, Zavoli e tanti, tanti altri. Firme da brivido!
Il ruolo della stampa in quegli anni è stato importantissimo, i giornali, la radio, la televisione, i mezzi di comunicazione di massa, e prima ancora le agenzie, sapevano di far leva sul lato emotivo della gente comune, hanno avuto per questo un potere enorme e molto di più lo ha avuto chi ha volontariamente orientato la stampa a proprio vantaggio, penso alla frase «Mettiamo la bomba e montiamo la stampa».
Questo è l’altro focus della mia indagine, lasciare emergere la lettura mediatica, il rapporto fra informazione e controinformazione, e le informazioni orientate e orientanti del pensiero dominante. Spesso nel libro emerge come le informazioni sono state anche distorte o deviate, da strutture clandestine sollecitate da ambienti istituzionali deviati, da realtà internazionali, da uomini legati a poteri e da uomini dello Stato che hanno lavorato sottotraccia per  sovvertire lo Stato. Questo è un aspetto di grande rilevanza.

Cosa sarebbe cambiato con i nuovi sistemi di informazione?

Tutto. A volte ci penso, penso che l’esito di molti fatti sarebbe stato differente nel bene e nel male. Nel saggio cerco di entrare nella centrale della strategia della tensione, di cogliere le relazioni con il mondo politico, affaristico, nazionale e internazionale, di capire come funziona il potere deviato e se c’è stata una centrale unica dell’eversione rossa, oggi mi dovrei muovere in altro modo, per capire le stesse cose dovrei diventare necessariamente un esperto informatico come avrebbero dovuto esserlo tutti o quasi i protagonisti del mio saggio.

Sappiamo veramente tutto rispetto ai fatti accaduti?

C’è sempre un - non detto -, più di uno. La mole documentale è imponente, le testimonianze sono anche incongruenti, contraddittorie, ci sono ombre da dissipare.
Tuttavia, come emerge dal saggio il tema non è la verità, questo è un termine storicamente fuorviante. Lo storico deve cercare di ricostruire meglio che può il fatto-evento, appunto, meglio che può, una porzione resta comunque segreta appartiene ai vertici dello Stato. In ogni caso, non mi interessa dividere il mondo fra buoni e cattivi, né il manicheo distinguo tra verità e bugia, non condanno né assolvo, cerco di far parlare i fatti, e metto ordine.
La Storia non è una scienza esatta, questo il motivo per cui di alcuni fatti-eventi propongo più ipotesi interpretative, di altri raggiungo nuove prospettive.
C’è ancora spazio per la ricerca, e io ne sono molto contenta!

Sei d'accordo che quanto hai scritto nel tuo saggio dovrebbe essere materia di studio nelle scuole superiori, anche a costo di ridurre lo studio delle guerre puniche?

Magari. La storia è tutta importante, il problema principale è la didattica, ossia come è insegnata. Rispondo così: è insegnata male dai docenti, come un susseguirsi di date e dati di cui non resta traccia nella testa degli studenti. Riguardo ai contenuti più che togliere si dovrebbe rimodulare in toto e collegare ai fatti antichi quelli più recenti. Questo è un altro nodo, non è insegnata bene la parte di Storia dopo la II guerra mondiale, si fa molto in fretta e per grandi sintesi a discapito delle giovani generazioni che sono alla radice private di conoscenze e di poter sviluppare un forte senso civico di cui avrebbero bisogno per essere pienamente uomini e donne del proprio tempo, italiani e europei. Per questo è importante far conoscere. È un recupero identitario per i ragazzi e per i tanti italiani smarriti e privi di memoria. Questo è un tema molto attuale.

Vuoi farti una domanda che noi non ti faremmo?

“Perché dovrebbero leggere questo libro? Perché?”

Perché? È stata una sfida scriverlo, per tante ragioni. Le fonti consultate non sono più quelle canonicamente intese come fonti documentarie, è stato necessario valutare una mole spropositata di materiale, oltre a quello documentale d’archivio, fonti memorialistiche, biografiche, giornalistiche, atti giudiziari - che sono una quantità  impressionante. Poi procedere … e procedere, ovvero selezionare, vagliare, interpretare criticamente, affrontando il rischio di disperdere la ricerca in mille rivoli, perdere il tessuto, l’ordito narrativo.
È una ricerca vastissima senza punto conclusivo e - questo mi piace tanto, anche se mi fa impazzire - e mutevole. La storia è mutevole, naturalmente lo è, contrariamente al pensiero comune che la ritiene immutabile. Sto continuando a studiare e sto rileggendo e rivedendo anche quanto già visionato. 
Perché? È utile. È un’opera di divulgazione storica moderna, anche snella, è un libro di educazione civile, utile come concreto apporto alla coscienza politica e civile del nostro Paese.
Perché? Perché fa bene a una società cieca come la nostra. 
                                                                         
Ultima domanda - A proposito della tua partecipazione al Premio Cerruglio, cosa vorresti dire alla Giuria del Premio perché debba scegliere il tuo libro?

Spero possa piacere leggerlo quanto a me è piaciuto scriverlo. 

Grazie, Patrizia e ... in bocca al lupo!

Valter
 

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