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domenica 31 gennaio 2021

La Democrazia 2/2


 

Riprendiamo il nostro viaggio sulla democrazia, iniziato la scorsa settimana.

Come definiremmo oggi la democrazia? Vediamo di scoprire una ricetta per questo piatto politico. “L'universale – Garzantine” di filosofia afferma che è “un corpo politico provvisto di qualche tipo di sistema rappresentativo (assemblea, parlamento, camera etc.)” In questo caso però, anche le democrazie socialiste e i regimi autoritari dovrebbero essere considerati democratici. Cosa aggiungere? Mettiamoci che i sistemi debbano essere elettivi e basati sul suffragio universale. Manca ancora qualche ingrediente. Proviamo ad aggiungere un pizzico di Montesquieu con la suddivisione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, il ricambio e la possibilità di revoca dell'esecutivo. Aggiungere a piacere: elezioni libre, competitive, regolari e correnti; multipartitismo, fonti di informazioni plurime ed imparziali, garanzia dei diritti di cittadinanza e abbattimento delle diseguaglianze socio- economiche. E' tutto? Vabbè, visto che ci siamo, facciamo anche una spolverata di primato del potere civile su quello militare e il piatto dovrebbe essere più o meno servito.

Perché dico “più o meno”? Perché non è semplice definire cosa sia realmente un governo democratico, anche rispettando tutti gli ingredienti riportati qui sopra. Vi porto due esempi: la IV Repubblica francese di De Gaulle nacque da un colpo di stato, ma di fatto non si può dire che non fosse democratica; di contro il primo governo di Hitler si insediò con procedure formali previste dalla repubblica di Weimar, senza tralasciare che la prima cosa che fece fu proprio quella di sopprimere la repubblica stessa. Capite che quindi quando iniziamo a parlare di democrazia diventa tutto abbastanza aleatorio, anche perché un vero e proprio dibattito filosofico al riguardo manca da diversi secoli. Negli ultimi tempi, infatti, ci si è più focalizzati ad affrontare i problemi pratico- dinamici come il mutamento, il consenso, il ricambio delle elites e le procedure decisionali e sempre meno sulla natura della democrazia diretta (con buona pace della Arendt).

Tutti noi siamo concordi con l'affermare che la democrazia sia nata ad Atene, tra il VI e il V secolo a. C. con l'idea del “popolo che agisce congiuntamente”. Poi che dall'idea del popolo fossero esclusi gli schiavi, le donne e, salvo rarissime eccezioni, gli stranieri è un altro discorso. Sta di fatto che la città greca fu la prima a realizzare una forma politica che includesse anche le classi meno abbienti. Ovviamente parliamo di un coinvolgimento che, al suo culmine, contava 40-50 mila persone. Quindi assolutamente inapplicabile al giorno d'oggi nelle grandi città e men che mai nei paesi interi. Immaginate la scena in cui, in qualsiasi momento della giornata milioni di persone si recano a udire la voce dell'araldo che chiama i cittadini alle pubbliche deliberazioni. Già solo per trovare parcheggio, la maggior parte di noi lascerebbe perdere.

Quindi, a che punto siamo oggi? Attualmente ciò che abbiamo sono degli studi che cercano di analizzare il livello di democrazia dei singoli paesi. Il più famoso è quello condotto, con cadenza biennale, dal The Economist, il “Democracy Index” che prende in esame 167 paesi e assegna loro un voto sulla base degli ingredienti sopra elencati. Tale studio ha fatto emergere delle nuove forme di governo definite “postdemocrazia” (il caso dell'Italia che nei primi anni 2000 venne definita una “democrazia imperfetta”) e la nuova versione disfunzionale del “populismo”.

Quindi questa forma di governo, tanto difesa e acclamata nelle piazze, non si capisce bene se funzioni o meno, in considerazione del fatto che si basa su un paradosso molto simile a quello della tolleranza enunciato da Popper, in cui il popolo potrebbe decidere di volere un governo antidemocratico e se il governo si opponesse, anche lui cesserebbe di ascoltare il volere del popolo.

La democrazia non va limitata al solo momento elettorale (come purtroppo avviene negli ultimi anni), ma dovrebbe formarsi su un principio di “cultura democratica” del popolo che si può avere solo nel caso siano garantiti tutti gli ingredienti della ricetta elencata all'inizio. Questo significa che sia il governo, sia il popolo dovrebbero tutelarsi garantendo una costituzione che, di fatto, vieti l'auto eliminazione di sé stessa (Costituzione Rigida, che richiede una larghissima maggioranza favorevole o addirittura il referendum popolare per essere modificata).

Ma è giusto voler limitare la scelta popolare? Se un paese decide che non vuole un parlamento ma una monarchia, è giusto che le istituzioni tutelino sé stesse a discapito del volere di coloro che sono chiamati a governare? Non sto parlando di casi limiti in cui il governo esclude tutti i partiti estremisti che sono contrari al libero dibattito, si accaniscono contro minoranze oppure incitano all'odio verso determinate categorie, parlo di situazioni in cui si preferisca una forma di governo piuttosto che un'altra.

E' quindi un mito la democrazia? Forse in parte. Dovremmo anzitutto prendere coscienza di cosa significhi vivere in un paese democratico, visto che avere un parlamento, o poter votare, no è la diretta conseguenza che il posto dove viviamo, sia democratico. Poi potremmo riflettere se il concetto non abbia bisogno di un aggiornamento o, se proprio non sia arrivato il momento di ripensare forme di governo nuove. Che siano figlie di questo tempo, che si possano applicare a città con milioni di persone o a paesi con poche migliaia di abitanti. Un sistema che non finga di ignorare gli interessi economi e personali dei politici che ne fanno parte. Bisognerebbe ripensare un sistema che sia esclusivamente politico e che tenga conto dell'influenza di grandi realtà economiche (siano queste legali o criminali) sui governi. Perché se è pur vero che la corruzione e la brama di potere fanno parte da sempre della natura umana, è anche vero che sarebbe possibile ripensare una società che protegga il proprio popolo e non gli interessi di pochi a discapito di molti.


Voi che ne pensate? La democrazia è un'ideale o un sistema di governo che funziona? E' ancora attuale oppure andrebbe ridiscussa?


domenica 24 gennaio 2021

La democrazia pt. 1/2

 

D'altronde, diciamolo, come si fa oggi a non essere democratici? Sul vocabolario c'è scritto che "democrazia" significa "potere al popolo". Sì, ma in che senso potere al popolo? Come si fa? Questo sul vocabolario non c 'è scritto.” (Giorgio Gaber- Democrazia)


Per fare un riassunto di cosa sia la democrazia oggi, basterebbe già ascoltare la prosa di Gaber. Scritta a metà degli anni '90, dopo tangentopoli e con l'inizio del ventennio berlusconiano, domandarsi se avesse senso parlare ancora di democrazia era ben più che lecito.

Andiamo per ordine. La parola democrazia, viene, manco a dirlo, dal greco e viene spesso tradotta come “potere del popolo”; ciò che spesso viene tralasciato di specificare è che il termine “kràtos” è da intendersi più come autorità, dittatura. Tanto più che Kratos è, nella mitologia greca, figlio del titano Pallante e rappresenta proprio la forza vigorosa. Il termine venne coniato dagli avversari di Pericle, in senso dispregiativo, proprio per indicare la dittatura del popolo. I termini più usati dai sostenitori del regime ateniese, erano “isonomia”, ovvero l'uguaglianza delle leggi per tutti i cittadini, o “isegoria”, il diritto di ogni cittadino a prendere parola durante l'assemblea; da questi due termini derivarono poi il concetto di libertà di parola e di libertà in genere.

Il termine democrazia è più o meno caduto in disuso nelle epoche successive, fatto salvo per alcuni casi isolati nei popoli germanici, per alcune forme nella Repubblica di Venezia e qualche altro caso sparso nel mondo, fino a tornare in auge durante il periodo delle grandi rivoluzioni di metà XVIII secolo. Interessante vedere come la rivoluzione americana, che portò la prima vera forma moderna di governo democratico, escluse però del tutto il popolo da una qualunque forma di partecipazione nei dibattiti dottrinari.

 


L'autore che si fa coincidere con questo ritorno in auge del termine è Tocqueville con il libro “La democrazia in America”. Egli nota che il fulcro della democrazia americana si basava sulla costituzione federale e sull'associazionismo politico che portava a una partecipazione diffusa dei cittadini negli affari di interesse comune. Nonostante ciò, lui come già Platone tanti secoli prima, prevedevano una decadenza degli interessi politici, in favore di quelli strettamente economici (per Platone la degenerazione deriverebbe dalla continua acquisizione del consenso, che porterebbe alla tirannia).

Oltre a Tocqueville, Montesquieu e Voltaire, sono ben pochi i filosofi che affronteranno in epoca moderna il dibattito democratico, mentre Popper, Rusconi, in qualche modo Chomsky, Arendt e Zagrebelsky, per quel che riguarda l'epoca contemporanea.

Molti contestarono che la democrazia nata a cavallo tra la fine dell'800 e gli inizi del '900 (soprattutto in paesi come l'Italia), non fosse altro che una forma di elitismo, di dittatura massonica. Di fatto alle cariche politiche non poteva di certo accedere chiunque. Bisognava anzitutto sapere leggere e scrivere, cosa che non era per nulla scontata all'epoca e avere una rendita che garantisse la sussistenza minima. Sta di fatto che a questa forma di governo si sostituì, rapidamente la dittatura che prese piede nella maggior parte dei paesi europei degli anni '20 del XX secolo (fatta eccezione per Francia e Inghilterra). Forma di governo che terminò con la seconda guerra mondiale, che vide il trionfo a livello internazionale degli Stati Uniti sull'Europa (la quale smise di avere il predominio sulla gestione delle sorti degli altri paesi) e che quindi si rese alfiere anche di un modello di governo nuovo.

Dal dopo guerra in poi, sono tanti i paesi che si definiscono democratici, ma quanti effettivamente lo sono? Basti pensare che il nome esteso della Korea del Nord è “Repubblica popolare democratica di Corea” (sì hanno lo so, non fate quella faccia). Quello che sappiamo oggi è che esistono vari livelli di democrazia, che però vedremo la prossima settimana.

venerdì 23 ottobre 2020

Il silenzio

 


Quando lo nomini, va via

 

Perché è importante una riflessione sul silenzio in questo momento storico? Negli ultimi 20 anni, i modi per comunicare sono triplicati, se non di più. Possiamo parlare da un capo all'altro del mondo in tempo reale. Mandarci video, foto, documenti. Passiamo una media di 4 ore al giorno a “comunicare” sui social, ma riusciremmo a stare lo stesso tempo in silenzio assoluto?

La mia solitudine non dipende dalla presenza o assenza di persone; al contrario, io odio chi ruba la mia solitudine, senza, in cambio, offrirmi una vera compagnia.
(Friedrich Nietzsche)

Conosciamo tutti l'imbarazzante silenzio in ascensore, assieme a qualcuno che non conosciamo: stretti in quattro pareti senza sapere che dire; o quando usciamo con qualcuno con cui abbiamo poca confidenza e nessuno sa più cosa dire. Il silenzio ci imbarazza, perché non siamo abituati a lui. Ci sembra una presenza troppo ingombrante che, nel momento stesso in cui si palesa, va scacciato e riempito con parole, siano anche vuote o inutili. Ma quello che vuole dirci Nietzsche con la sua frase, è che il silenzio che doniamo a noi stessi che ci da modo di conoscerci. Quando sappiamo stare in silenzio e arriva qualcuno a “rubarcelo”per far posto a qualcosa con molto meno valore, la viviamo la situazione proprio come una vera e propria intrusione.

Il silenzio ha direttamente a che fare con l'ascolto. Il silenzio non si può creare se non si sa ascoltare. Non è un atto puramente fisico, il saper ascoltare. […] E, come in un circolo vizioso, per saper ascoltare bisogna stare in silenzio. […] Per poter entrare nel silenzio, devo saper stare zitto non solo con le parole ma anche con il corpo. Senza una certa immobilità del corpo non si può conseguire l'immobilità dello spirito1

Perché prendiamo le parole tanto sul serio? Partendo da nonno Socrate, la filosofia occidentale ha considerato il confronto verbale come un mezzo per raggiungere le più alte verità. Le parole dovevano essere scelte e utilizzate accuratamente, in modo da far splendere la luce della ragione. Tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 invece i filosofi hanno cominciato a domandarsi che relazione ci fosse tra pensieri e parole, ma non sto parlando di Mogol o Battisti, ma del buon Wittgestein che disse “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo2”o “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere” (un caldo invito sempre attuale da rivolgere a chi parla a sproposito).

Per chi può parlare liberamente, le parole sono legate ai pensieri; ma se le parole venissero a mancare? Quante volte ci siamo chiesti come riescano a comunicare bambini nati ciechi e sordi? La storia di Helen Keller (la ragazza che ha ispirato il film “Anna dei miracoli”), dovrebbe essere da esempio. Se non siete così cinofili, posso farvi un altro nome: Maggie Simpson, la neonata ci pare pienamente in grado di formulare pensieri più o meno complessi, ma non è in grado di parlare.

Cosa viene prima, il linguaggio o il pensiero dunque?

Per Sartre la vita di una persona è caratterizzata dalla sua interazione con gli altri e tale interazione viene principalmente stabilita attraverso le parole. Tramite l'apprendimento della parola gli esseri umani si integrano per la prima volta nella società. Per lui l'amore e le attenzioni dei genitori per un bambino, lo aiutano ad esprimersi meglio tramite la parola, in quanto la sua autostima è più alta.

Se ci spostiamo invece in Oriente, il silenzio di Maggie potrebbe essere considerato quello di una persona illuminata. Confucio infatti scriveva: “Ascolta ma stai in silenzio” (..i simpatici koan di derivazione buddista...). Nella filosofia orientale le parole vengono utilizzate per indicare il mistero della vita che rimane immerso nel silenzio, da cui ha avuto origine il mondo. Essere illuminato, per gli orientali, significa tornare alle origini, liberarsi degli attaccamenti terreni e tornare all'infinita quiete della parola. Le parole non fanno altro che distruggere la pace interna. Ci attacchiamo troppo ad esse e parlando, rischiamo facilmente di ignorare la grandezza e il mistero che sta dietro la vita. Per molte scuole orientali, infatti sotto l'infelicità, vi è un eccesso di pensiero e parole. Ciò non significa che il ragionamento sia bandito, ma che occorre fare una differenziazione tra il pensiero spontaneo e quello ossessivo (chiunque abbia problemi ad addormentarsi la notte sa di che parlo, quando vi prende il loop di pensieri che non si riescono a fermare). Le parole dovrebbero servire a trasmettere la conoscenza, ma in eccesso portano stress e ansia. L'illuminazione mistica, è considerata come un ponte con il mondo naturale e tale trasformazione avviene, nella stragrande maggioranza dei casi, in silenzio. Non credo infatti abbiate mai visto qualcuno meditare parlando. In occidente invece ci piace tanto riempire le giornate di parole e molto meno di fatti.

Tali concetti vennero a inserirsi nella nostra filosofia già da Schopenhauer e Nietzsche (metà '800) per arrivare a pieno titolo a Heidegger (non posso crede di star per scrivere qualcosa di buono su di lui) che sosteneva che il silenzio fosse essenziale per vivere un'esistenza autentica mentre il parlare vano è segno di un'esistenza non autentica. Che tradotto in parole povere diviene “impara quando parlare e quando tacere” e per questo fu acclamato neanche fosse Totti all'Olimpico. Ma il caro Martin su questa storia dell'imparare a tacere, ci ha “marciato” parecchio quando, inizialmente sostenitore di Hitler, si guardò bene di far sentire la sua voce quando studenti, amante e colleghi ebrei dovettero scappare dalla Germania (lo sapevo che non riuscivo a parlare veramente bene di Hedegger).

Mai come nel XX secolo occidentale la tensione tra parola e silenzio è stata più confusa: se da un lato “il silenzio è oro” dall'altro ci dicono: “alzati e fai sentire la tua voce”, fino all'iper- comunicazione di cui parlavo a inizio del testo. Nel mondo moderno, sia Occidentale che Orientale, la difficoltà sembra essere quella di cercare di capire come rispettare gli altri, al fine di incoraggiare l'ascolto reciproco. Più che tolleranti, dobbiamo prestare attenzione, altrimenti ci saranno sempre più persone incapaci di esprimersi, che passeranno sempre di più tempo sui social network, rivolgendosi quindi a mezzi di comunicazione distruttivi che li allontano sempre di più dal mondo reale, in cui è difficile tornare una volta usciti.

1Il silenzio e l'ascolto- Franco Battiato, Lit Edizioni 2014- Frase di Panikkar

2Tractatus logico- philosphicus- L. Wittgestein

venerdì 2 ottobre 2020

Gli archetipi

 


 

C'è una parola che riesce a riunire filosofia, psicologia, astrologia, marketing, filologia, narrativa, mitologia e almeno altre cinque o sei branche del sapere: archetipi. Questo antico concetto, rispolverato nell'epoca moderna da Jung, rappresenta quello che lo psicologo analitico definiva parte dell'inconscio collettivo, ovvero le esperienze complessive di tutte le generazioni umane passate, a partire dai primi progenitori.

L'archetipo è un simbolo che si autodefinisce come una sorta di valore etico sociale, cui il soggetto crede, si appoggia o è condizionato nel suo modo di essere o comportarsi.

Quindi al momento della nascita per Jung, ci appioppano un pacchetto di impostazioni non settabili (manco fossimo un iphone), ereditate dai nostri avi e facente parte delle immagini mentali collettive (traumi infantili inclusi nel pacchetto, reso non disponibile).

L'archetipo è quindi una sorta di idea universale tramite cui osserviamo e diamo un senso al mondo; e seppur alcuni di questi, nel tempo divengono più “forti” rispetto ad altri (uno splendido esempio di questo alternarsi lo trovate nel libro di Neil Gaiman, American Gods), gli archetipi fanno parte della nostra cultura, spesso anche in maniera inconscia. Non ci credete? Se avete letto il Signore degli anelli o visto Star Wars (se così non fosse, per quanto mi riguarda non dovreste avere diritto al saluto, ma sarò clemente e vi inviterò gentilmente a rimediare a questa folle mancanza), avete assistito all'evoluzione dell'archetipo conosciuto come “il viaggio dell'eroe”. La teoria archetipica viene spesso utilizzata (per non dire saccheggiata) dalla narrativa editoriale, cinematografica e televisiva.

Gli archetipi sono 12: mago, angelo custode, folle, creatore, distruttore, cercatore, amante, sovrano, saggio, innocente, orfano, guerriero. Non li approfondirò in questo contesto, ma vi rimando a compiere una piccola ricerca in quanto esiste un'ampia bibliografia che approfondisce i singoli aspetti nei più disparati contesti.

A partire dagli anni '60-'70 anche il marketing ha cavalcato l'onda dell'archetipo utilizzandolo per costruire brand e “tono di voce” (il modo in cui un'azienda parla ai propri clienti). Anche qui, non ci credete? Prendiamo “L'Angelo Custode”. Le sue caratteristiche sono: altruista, il guaritore, colui che si preoccupa e si prodiga per il benessere degli altri. Compassionevole e generoso, teme l’egoismo e l’ingratitudine. Tipico di realtà operanti nel settore sociale, di aziende che hanno come target la famiglia e di tutte quelle imprese che si propongono di accompagnare e sostenere i clienti nel raggiungimento di un obiettivo: Johnson&Johnson, P&G, Unilever, Amnesty International, Unicef. In particolare J&J si distingue sia nella scelta del logo (le due J sembrano disegnare due ali) sia nella scelta dei colori che richiama sempre un tono angelico.

Ma non è finita qui. Anche se ormai associamo l'astrologia a quella cosa che si trova infondo ai giornali o a quello che ci dice Paolo Fox o Brezsny, non ci dobbiamo scordare che “la scienza cominciò con lo studio delle stelle, nelle quali l'umanità scoprì le dominanti dell'inconscio, gli dei, così come le bizzarre qualità psicologiche dello zodiaco” (C. Jung). E se ve lo dice lo zio Carl, potreste fare lo sforzo di non sostenere che abbia ragione solo quando vi fa comodo crederlo. L'astrologia archetipica infatti è come una scienza dell'Anima. Uno strumento per connettersi con la nostra struttura e conoscere i vari componenti. Una sorta di libretto di istruzioni che non ci hanno mai insegnato a leggere. L'astrologia infatti si basa sul concetto tanto caro a zio Jung della sincronicità, in quanto considera la posizione delle stelle in un dato momento, analizzandone le qualità di quell'istante che si riflettono poi nella persona nata in quel preciso giorno e ora. Questa è la sincronicità: le due cose non si causano e non si influenzano, ma sono lo specchio l'una dell'altra. Tale concetto Jung lo utilizzerà anche per spiegare l'I-ching (il sistema di divinazione cinese), i tarocchi e tutte quelle pratiche considerate “superstizioni” che però, grazie ai concetti della fisica quantistica stanno ritornano in auge. Tali concetti, a cui le tradizioni di pensiero orientale erano già arrivate millenni prima, si basano proprio sul principio di sincronicità. Già vi sento che state pensando “ma mica crederà all'oroscopo?” Buoni tutti regà! Qui non sto parlano di oroscopo letto su “Novella 2000”, stiamo parlando di astrologia archetipica e umanistica, una branca del sapere a cui non è che bisogna crederci come atto di fede; è una conoscenza enorme che sta andando perduta in quanto non matematica o scientifica. Vi posso assicurare che dopo più di un anno che la studio è tutt'altro che un atto di fede. Certo è che se per interpretare un tema natale vi affidate a un sito di dubbia serietà, vi sembrerà che siano tutte baggianate. Allora, se nessuno cura la propria salute leggendo Wikipedia, ma va da una persona che ha studiato per sapere come curarvi, non è pensabile di rivolgersi a chi magari studia archetipi e astri da più di 20 anni per capire meglio come questi possano influenzarci? Se avete ancora qualche dubbio, riflettete su questo: la luna influenza le maree del nostro pianeta che è composto per il 70% di acqua. Indovinate cos'altro è composto per il 70% di acqua? Il nostro corpo. Pensate sia veramente una cosa campata per aria dire che la il ciclo lunare abbia ripercussioni su quella parte liquida che compone il nostro corpo?

Giuro che ho chiuso con il pippone per cui l'astrologia non sarebbe una branca del sapere degna di rispetto e apostrofata come “una gran cazzata”.

Tornando a noi, l'astrologia è dunque il mezzo per interpretare il micro utilizzando il macro, ovvero interpretare la singola storia individuale utilizzando gli archetipi risalenti al mondo antico (mitologia), associando, per esempio il principio femminile alla luna e quello maschile al sole.

La mitologia greca che consideriamo spesso molto fica e originale, in realtà non lo è poi così tanto. Nella maggior parte delle culture antiche riusciamo a individuare una matrice comune nella generazione di vari pantheon sorti millenni fa in popolazioni molto lontane e diverse tra loro. Questa matrice comune sono proprio gli archetipi in cui si riscontra una convergenza di significato tra le espressioni mitiche- religiose delle diverse società umane. Gli archetipi sono quindi organi psichici con una determinata funzione nello sviluppo e nel funzionamento della personalità e coscienza. Ciascuno è indispensabile agli altri, sviluppandosi e agendo nell'inconscio in maniera attiva. Se un archetipo non funziona bene, ne risente l'intero sistema. James Hillman (allievo di Jung) arriverà ad affermare che gli archetipi sono una “manifestazione fenomenica nel percorso che ciascuno compie entro la propria anima”. La guarigione arriva nel momento in cui si riconosce l'azione degli archetipi nelle persone e nel mondo. In questo contesto, conosciuto come psicologia archetipica, la mitologia è considerata infatti moderna. I miti parlando di temi universali ed eterni.

In quest'ottica vi consiglio di approfondire gli aspetti dei 12 archetipi e del “viaggio dell'eroe”. Un sito molto ben fatto per approfondire il tema è www.archetipi.org. Dopo leggete e/o visionate almeno due dei seguenti titoli:

  • American Gods, Neil Geiman

  • Il Signore degli anelli, J. Tolkien

  • Star Wars (prima e seconda trilogia, l'ultima è un esperimento uscito male)

  • Harry Potter (libri in primis), J.K. Rowling

  • Un film qualsiasi della Marvel

In queste storie, la tecnica narrativa si sviluppa più su delle “azioni” archetipiche che sono: vincere sul cattivo, l'ascesa verso il successo, la missione/ricerca, il viaggio, la rinascita, la tragedia, la commedia. Qualsiasi storia narrata parte su uno di questi sette modelli. Regà vi posso assicurare che questo discorso si può applicare a qualsiasi prodotto narrativo (se ne trovate uno che non rientra in questo filone, scrivetelo nei commenti qui sotto).

Questo è il motivo per cui questi prodotti hanno successo: fanno risuonare in noi, delle conoscenze già innate e tramite cui è possibile effettuare un “transfer” e immedesimarsi nel personaggio che più ci risuona.

Cosa ne pensi tu del concetto di archetipo? Ti eri già imbattuto/a prima? 

Lascia un commento e fammi sapere come la pensi al riguardo.

venerdì 25 settembre 2020

La meraviglia

 


La Treccani la definisce la meravigli come:“Sentimento vivo e improvviso di ammirazione, di sorpresa, che si prova nel vedere, udire, conoscere cosa che sia o appaia nuova, straordinaria, strana o comunque inaspettata” ed è proprio questo stupirsi davanti alle cose che, per Aristotele, inizia l'azione del filosofare. Egli scrive nella Metafisica: “gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori […] Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica1”. Dalla meraviglia quindi scaturisce la voglia di conoscenza, il sapere per sapere, anche se questo non porta a motivi veramente pratici (amici ingegneri mi dispiace per voi, lo so che è un duro colpo per voi).

Ma andiamo per gradi, perché al giorno d'oggi non è semplice parlare di meraviglia, eppure sono sicura che almeno una volta nella vita, anche chi ha le pigne al posto del cervello, si è fermato un attimo a chiedersi “perché esistiamo?”, “perché ho questo corpo e non un altro?”, “perché la Roma ha il record di secondi posti in serie A?”, “cosa c'è dopo la morte?”. Interrogativi che per molti rimangono senza una risposta e per altri, spinti da questa costante meraviglia che circonda la loro vita, cercano di dare. Ecco perché i filosofi sono sempre un po' disagiati, perché vengono colpiti da fenomeni che non toccano la maggior parte delle persone, cercando di scavare nelle incoerenze, complessità e domande che suscitano senza spaventarsi di quello che può uscir fuori. Il filosofo è colui che rimane di fronte a ciò che è perturbante e, vi anticipo già, che per filosofo non intendo chi ha una laurea in filosofia. Chiunque ponga il proprio animo in questa prospettiva, può ritenersi filosofo con buona pace di dottorati e delle università. Come dico sempre, questa è una materia che può essere equiparata a un videogioco. Quando comprate l'ultimo Fifa o PES, potete scegliere sei livelli diversi di difficoltà. Ecco con la filosofia potete fare la stessa cosa: decidere di approcciarla da “novellino” o da “campione” e non esiste meglio o peggio. La cosa che conta è che mentre giocate voi vi divertiate (e non spacchiate nulla lanciando joystick perché avete preso un gol al 92esimo).

Qualche tempo fa, ascoltando un podcast di Tlon (se non li conoscete vi consiglio il loro sito, casa editrice, libreria, profilo Instagram etc etc. insomma stalkerateli perché parlano di filosofia in maniera estremamente piacevole, accessibile e attuale), citavano Pasolini che rispondeva a quale fosse l'espressione romanesca che lo colpiva di più. Lui disse: “Anvedi. Perché è l'unico caso, l'unico momento in cui il romano si scopre. Cioè rivela di possedere la capacità di stupirsi e di non essere sempre apparentemente cinico e distaccato.” Perché i romani (categoria di cui faccio parte, ma questo si era già capito mi sa), come molti al giorno d'oggi evitano l'incontro con ciò che è “Altro” da noi, rifugiandosi nel conosciuto, nel cinismo per allontanarsi da una vicinanza autentica a ciò e a chi ci è intorno.

Per scoprire nuove terre si deve avere il coraggio di abbandonare il conosciuto, tutto ciò che diamo per scontato. Dobbiamo essere in grado di mettere in discussione le conoscenze e tutto ciò che diamo per vero perché “ce lo hanno insegnato così”, “si è sempre fatto o detto così”. Quando davanti a noi abbiamo solo l'ignoto, siamo pronti a vivere esperienze di incredibile meraviglia. Ma non finisce qui, perché ogni volta che pensiamo di essere approdati in qualche porto sicuro del nostro viaggio conoscitivo, dobbiamo anche essere pronti a rimettere tutto in discussione. A mio avviso il compito autentico del filosofo è proprio questo: ricercare continuamente l'idea di mondo e di realtà, evitando di farsi incatenare da dogmi e ideologie. Ecco perché bisogna avere una certa dose di follia per voler “essere filosofi”, bisogna smettere di accettare tutto ciò che ci viene proposto come vero ed essere disposti ad affrontare la possibilità che vi sia una assoluta mancanza di senso all'esistenza. Questo viaggio è come un percorso iniziatico. Ogni viaggio inizia con un trauma, una rottura, un lutto o una malattia (non solo fisica); questi episodi possono distruggerci, se non siamo aperti al messaggio che ci portano, oppure essere il punto di partenza per una avventura che potrebbe cambiare totalmente la nostra vita. Perché “accorgersi di essere qui è un atto di coraggio monumentale, perché significa ammettere di essere sperduti; e per perdersi davvero bisogna saper di essersi persi.2” è da questa consapevolezza che possiamo prendere in mano la nostra vita, poiché sapendo dove siamo, possiamo dare una direzione al nostro andare, senza lasciare che sia il mondo a venirci incontro passivamente.

Rinunciando alla meraviglia, smettiamo di porci delle domande, rinunciamo all'amore del sapere per far posto alla presunzione di sapere già. In questo modo non esiste più un valore aggiunto, esiste solo la noia, la mercificazione, la corsa a volerne sempre di più, in una bulimia di oggetti e avvenimenti che ci lascia però sempre sulla superficie delle cose e mai veramente all'interno di esse. Questa presunzione ci fa passare da uno stato ricettivo, fluido (oserei dire Yin per chi mastica di taoismo) a uno stato di chi vuole plasmare il mondo secondo il proprio limitato punto di vista. Perché limitato? Perché dobbiamo smettere di pensare di essere Dio. Quel Dio che per Nietzsche abbiamo spodestato per renderci noi il centro dell'universo e “padroni del nostro destino”, scordando continuamente che ciò che conosciamo è sempre una visione parziale e soggettiva della realtà. Per nostra stessa natura non è possibile uscire da noi stessi e vedere le cose come stanno, il progetto iniziale di un fantomatico Architetto primordiale che ha disegnato il mondo e il cosmo.

Il coraggio della meraviglia ha spinto in passato tantissimi pensatori, scienziati, politici, attivisti a rivoluzionare il modo di vedere le cose. I paradigmi della realtà, non rispecchiano la Verità con la “v” maiuscola, ma sono solo il risultato di qualcosa che è considerato fico e in voga in quel momento, finché non arriva qualcuno a dimostrare che c'è un modo più interessante, più performante, o in generale “migliore” di come lo si sta facendo. Ad esempio, prima che arrivassero Frued e Jung, era normale non parlare con i pazienti, farli vivere rinchiusi e sottoposti a qualsiasi tipo di esperimento, paragonabile alla tortura. Poi sono arrivati questi due signori che hanno pensato che forse sarebbe stato meglio chiedere ai questi “pazzi” come stavano, che vedevano o cosa pensassero. Ma fino a loro era tutto normale. Così come l'idea che le donne non potessero essere medici, avvocatesse, politici o anche semplicemente votare. A un certo momento della storia è arrivato qualcuno, che al pensiero che una donna potesse fare tutte queste cose e anche di più ha provato meraviglia e ha iniziato a creare una nuova realtà e un nuovo paradigma.

Questa mancanza di stupore che contraddistingue il nostro periodo storico è dovuta all'idea che non ci siano più cose che non si sanno. Il potere del “dio Google”, ha sostituito l'abitudine a porsi domande, impigrendo il nostro cervello e quel nostro senso di scoperta. Perché il conoscere richiede una connessione al Tutto che non passa tramite il wi-fi, ma attraverso un lavoro di ricerca che inizia principalmente dentro di noi, per poi proseguire col mondo intero. In una società che vede sempre più di cattivo occhio una conoscenza “enciclopedica” in favore di una sempre più iper- specializzata, perdiamo il disegno generale. Nel momento in cui smettiamo di cercare, di ascoltare l'Altro non saremo più in grado di uscire neppure da noi stessi. Ma per farlo ci vuole il coraggio di mettersi in movimento e seguire il nostro cuore, verso chi vibra alla stessa nostra frequenza; e in questo andare ci si può rendere conto di essere meno soli e si perde forse anche un po' di quel brutto da cui il mondo tende a circondarci. Ma se si inizia ad abituarsi al Bello (con la “b” maiuscola), saremo anche noi in grado di trovarlo là dove prima non eravamo in grado di scorgerlo. Inizieremo a non limitare noi stessi per paura di non riuscire o perché in passato abbiamo fallito. Inizieremo ad osare e a cercare sempre più di espandere, non solo la nostra conoscenza, ma anche la nostra vita, sentendola attiva e smettendo di sentirci come foglie portate dalla corrente di un fiume.

1Metafisica – Aristotele- Ed. Bombiani, 2000

2Lezione di Meraviglia- Andrea Colamedici, Maura Gancitano – Ed. Tlon 2019

Recensione del romanzo "GERARD" di Monique Vane

GERARD di Monique Vane Scheda tecnica Titolo:  Gerard Autore:   Monique Vane Serie:  Billionaire Romance Boy Vol. 3 Genere: Romance contem...